Un pò di storia sull’espansione in Italia del Bufalo

Gli studiosi non sono concordi nello stabilire l’epoca nella quale il bufalo fu introdotto nelle nostre zone; l’autorevole Leclerc, Conte di Buffon, naturalista famoso del XVIII secolo e compilatore di una storia naturale valida ancora oggi sotto molti aspetti, ritiene che il VII secolo fosse quello in cui i Longobardi introdussero il bufalo in Italia. Sulle orme del Conte di Buffon, Eduardo Zavattieri nella sua Storia della Zoologia, Gabriello Marotta nel Manuale Economico Pratico e Rurale ed infine Carlo Manetti nell’Enciclopedia Italiana concordano nell’individuare nel VII secolo il tempo dell’apparizione del bufalo nelle italiche contrade.


Il bufalo, però, contrariamente a quanto sopra affermato, molto probabilmente deve essere venuto in Europa ed in Italia in specie nel corso delle migrazioni che si ebbero nelle ere preistoriche, trovando facile adattamento in zone temperate e dalla abbondanza di acque stagnanti. Certo è che in epoca greca il bufalo era conosciuto ed in quella romana anche allevata per lo sfruttamento di terreni paludosi e malsani.
Molti argomenti, validissimi, confortano questa tesi; innanzi tutto la radice della parola bufalo ha la sua origine passando nella lingua latina attraverso quelle normali trasformazioni glottologiche conseguenziali di adattamento. Nella lingua latina il termine lo troviamo anche nella dizione “bubalus”.
Quindi, provando che senza soluzione di continuità il bufalo è esistito e vissuto in Italia per lo meno dall’epoca romana, possiamo senz’altro passare a soffermarci sull’allevamento nei tempi posteriori, quando esso assume i caratteri che ancora oggi lo distinguono e lo specificano.
Infatti, fin dall’alto Medio Evo, i Papi fissarono e stabilirono una porzione delle paludi pontine esclusivamente per il pascolo e l’allevamento dei bufali; la grande famiglia Gaetani, proprietaria di fondi in quella zona del Lazio fu sempre obbligata, con Bolle Pontificie, a conservare quei terreni alla pastura unicamente dei bufali, senza poterli seminare (Gaetani, Cardinale-Buffon).
Nel 1294 già si allevava in modo economicamente valido, se è vero com’è vero, che i prodotti delle bufale allevate nella tenuta reale di S. Felicita in Foggia venivano venduti nella città di Napoli. E’ il tempo questo in cui il bufalo comincia il suo processo di espansione. Si afferma in Campania, Calabria, Lucania e Puglia, conquistando con la convenienza e la economicità del suo allevamento e con la squisitezza inconfondibile dei suoi prodotti, moltissimi proprietari di terre.
Ma è soprattutto in Campania, nel basso Volturno e nella piana del Sele, che si diffonde con sorprendente facilità, sfruttando nel modo migliore quei pascoli altrimenti improduttivi per la periodica e spesso totale invadenza delle acque del Volturno e del Sele.

E’ l’epoca in cui si delineano profondi i caratteri dell’allevamento bufalino, caratteri che si sono man mano arricchiti nel tempo di quelle peculiari doti che ne hanno fatto uno degli allevamenti più caratteristici ed originali, trasportandosi di tempo in tempo fino all’alba dei giorni nostri, fino cioè a che non si è profondamente trasformato ed adeguato alle nuove esigenze della vita e dell’agricoltura moderna.
Il ‘700 segna l’ingresso del bufalo nella letteratura odeporica, cioè nei diari dei viaggiatori provenienti da tutt’ Europa, che già nel secolo precedente si spingevano alle aree napoletane, ultima tappa del “grand tour”, che impegnava i rampolli delle più importanti casate europee come fonte di conoscenza ed informazione. Però mentre l’area di presenza bufalina nei territori capuano e mondragonese veniva evitata, perché la strada proveniente da Roma passava per Sessa – Cascano – Sparanise – Capua, chi voleva spingersi fino ai templi di Paestum doveva obbligatoriamente percorrere la piana ebolitana e paestana “… attraversando canali e ruscelli e incontrando bufali dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi iniettati di sangue …”, come dice il Goethe che vi giunge nel 1787.  Due soli anni dopo giunge nell’area paestana non un poeta ma un nobile svizzero attento ai problemi economici, ed in particolare all’agricoltura: si possono estrapolare due significative informazioni dalla sua relazione sul fenomeno bufalino “…razza di bestiame alla quale si porta da alcun tempo molta attenzione…le mandrie più numerose si ritrovano sulle rive del Volturno e nelle pianure a settentrione della Terra di Lavoro…” (Nel Regno di Napoli. Viaggi attraverso varie province, Carlo Ulisse de Salis Marchlins).


Nel secolo scorso molto interesse suscitò l’allevamento bufalino in Terra di Lavoro. 
Molto si parlò e molto si scrisse intorno all’argomento, al modo di come si svolgeva, dove si svolgeva. Nell’ambito chiuso della “pagliata” l’uomo e la bestia vivevano ancora la stessa rude vita di sacrificio e di povertà sulla pur fertile terra che li ospitava. Timidi tentativi, in verità, per le condizioni ambientali e generali dell’epoca, che se non altro ebbero il merito di sollevare l’interesse della gran massa del pubblico per la questione dell’allevamento e delle condizioni in cui si svolgeva. Il colpo decisivo, però, che avviò a soluzione tutti i problemi fu senz’altro portato dalla bonifica che ridonando tutti quei terreni ad una più razionale forma di sfruttamento, fece si che la bufala si inserisse nell’allevamento razionalmente  inteso.
La consistenza numerica della specie, che nel mondo supera i 173 milioni di capi, in Italia oscillò tra il 1800 e il 1930 tra i 10.000 e i 20.000 capi per scendere a 12.500 capi dopo la fine della seconda guerra mondiale in quanto sopperì, insieme ad altre specie, al fabbisogno alimentare delle truppe tedesche in fuga.
Nel 1954 per la prima volta al mondo una bufala fu munta con una mungitrice automatica. E ne è stata fatta di strada da allora. Le aziende moderne sono dotate di sofisticate apparecchiature che lavano e disinfettano la mammella prima di mungere la bufala. Al collo di ogni animale c’è poi un microchip su cui sono memorizzati un’infinità di dati, una specie di “carta d’identità” che indica alla macchina persino la posizione dei capezzoli e quali di questi mungere. Ogni volta viene poi effettuato in tempo reale un esame diagnostico sulla carica batterica del latte e sullo stato di salute dell’animale, e i dati raccolti vengono inviati per via telematica ad una centrale di controllo che sorveglia tutto il lavoro.
Oggi, a 60 anni dal ritorno della pace, il patrimonio bufalino si è ricostituito a ritmi esponenziali, fino a raggiungere nel 2006 oltre 230.000 capi allevati nella sola Campania.
Dal 1979 opera su tutto il territorio nazionale l’ANASB (Associazione Nazionale Allevatori Specie Bufalina). 
Nel giugno del 1980 e’ stato istituito il Libro Genealogico della Specie Bufalina, gestito inizialmente dall’AIA, al fine di ottenere il miglioramento genetico della specie.

Classificazione del Bufalo nelle varie fasi di crescita

Vitello/a dalla nascita allo svezzamento
Asseccaticcio/a
dallo svezzamento a 12 mesi
Annutolo
dai 13 ai 24 mesi
Annutola
dai 13 alla prima inseminazione
Toro
maschio riproduttore
Maglione
maschio castrato
Giovenca
femmina prossima al parto
Bufala
femmina dal primo parto in poi